Skip to main content

IL TEATRO RILEGGE LA STORIA

IL GATTOPARDO TORNA AD AFFASCINARE IL PUBBLICO DEL TITANO

Ho l’impressione che da sempre il fare teatro sia un’attività poco considerata. Non è arte di massa come lo può essere il cinema, o diffusa in ogni dove come la musica, o addirittura come certe mostre artistiche che girano il mondo.

Prima di tutto, a teatro bisogna recarsi fisicamente. Oltretutto, un’opera teatrale è difficilmente riproducibile. Si può filmare, certo, ma non riprodurre, clonare, se non rifacendo daccapo un altro spettacolo. Il teatro sembra, visti i problemi di tutti i giorni, in primis economici, probabilmente l’ultimo degli interessi delle persone.

Eppure vedere il Teatro Titano pieno di domenica pomeriggio, con una giornata soleggiata, dimostra non è così. In programma vi era l’ultimo appuntamento pomeridiano con “Lo schermo sul leggìo – Ciò che non hai mai visto in un libro e mai letto in un film”, la riuscitissima rassegna ideata da Ivano Marescotti che mette in correlazione teatro, cinema e letteratura all’interno della Stagione Teatrale di San Marino Teatro. In scena “Il Gattopardo” interpretato da Sergio Rubini e tratto dal romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, accompagnato alle immagini del capolavoro di Luchino Visconti con Burt Lancaster, Claudia Cardinale ed Alain Delon. Al termine della rappresentazione Paolo Rondelli, Direttore degli Istituti Culturali di San Marino, ha condotto una breve – ma significativa – conversazione con l’attore.

Durante il dialogo Sergio Rubini racconta aneddoti, curiosità della sua vita nel mondo teatrale e cinematografico, sottolineando come quel percorso necessiti in particolare di sacrificio. Inevitabile poi è stato paragonare il cinema italiano del passato a quello attuale, indubbiamente più impoverito e immiserito come forse non lo è mai stato per gli italiani, dal neorealismo in poi. In ogni caso, alla domanda riguardante la crisi del cinema, Rubini risponde che essa non lo spaventa: è molto più intimorito da quella del sistema e del paese, da lui definita “irreversibile”.

A questo punto, che si tratti di Italia o San Marino fa poca differenza, poiché le analogie sono simili e sovrapponibili. Rubini parla dei giovani in fuga all’estero, di chi invece non può emigrare, e una mea culpa generazionale che ben pochi riescono a pronunciare: “abbiamo sbagliato”. A fronte di questo sconsolato quadro, arriva comunque la considerazione secondo la quale non è giusto nemmeno comportarsi così, ovvero scappare e abbandonare tutto. Bisogna iniziare da qualche parte, dalle piccole cose, bisogna ricominciare a costruire.

Uno dei punti da cui farlo è certamente la cultura, così tanto bistrattata e svilita, ormai considerata un mero accessorio in ogni bilancio di governo: la prima destinataria di tagli, che tanto con la cultura “non si mangia”, diceva uno scellerato ministro italiano.

Tuttavia, un silenzio meravigliato aleggiava nel teatro Titano – dettato non dalla noia ma dallo stupore e dall’emozione – mentre Rubini minuziosamente srotolava le parole dalla carta al palco, facendole cadere delicatamente nell’orecchio del pubblico, per far rivivere ancora una volta le affascinanti vicende del nobile Don Fabrizio e del nipote Tancredi. Quest’ultimo rappresentante di quel nuovo mondo che avanza, all’indomani dell’Unità d’Italia, ricco di beni e ricchezze e spavalderia, comunque povero di tradizioni, classe e cultura.

“Pidocchi rifatti”, direbbero i nostri nonni, un’espressione dialettale colorita che ben definisce la bramosia di benessere a discapito, però, di tutto il resto. Lo stesso fenomeno era stato poi analizzato anni dopo anche da Pier Paolo Pasolini, in riferimento ad altre classi sociali: sull’altare del progressivo boom economico era stata sacrificata la cultura e la civiltà contadina, patrimonio costruito in millenni e perso in pochi attimi.

Il Gattopardo è un romanzo-simbolo perché mette in evidenza le discrepanze tra la voglia teorica di un nuovo corso per la politica e la società, e la messa in pratica di tante azioni che confermano le vecchie dinamiche di avidità, corruzione, brama di potere: “cambiare tutto affinché nulla cambi”. Un classico viene definito tale in virtù del suo arrivare al cuore di tutti, anche da un’epoca storica all’altra. Il Gattopardo riesce ancora, dopo decenni di distanza, a far riflettere le persone, oltre che ad emozionarle. Un sottile brivido corre lungo la schiena di ognuno di noi, allorché ad ogni parola si risvegliano suggestioni che richiamano l’attualità.

Ogni giorno siamo circondati da chi proclama cambiamenti che poi non avverranno mai. “La nostra efficiente, moderna e agile amministrazione cambierà ogni cosa”, dice Chevalley – l’inviato del governo sabaudo – a Don Fabrizio, che invece replica: “Voi avete ragione in tutto, tranne quando dite che i siciliani certo vorranno migliorare. Non vorranno mai migliorare perché si considerano perfetti. La vanità in loro è più forte della miseria […] chi ci sostituirà saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti, gattopardi, sciacalli e pecore, continueremo a crederci il sale della terra”.

Da qui ritorniamo alla riflessione di Sergio Rubini: dove ci ha portato tutta questa brama di ricchezza, a un effettivo miglioramento? Siamo stati davvero così furbi? Cosa ci è rimasto? Ne siamo usciti più poveri, abbiamo tolto il futuro ai nostri figli.

La soluzione per ripartire forse non è immediata, forse neppure esiste. Malgrado ciò, una certezza è evidente: un popolo, per definirsi, non necessita solo di un mucchio di denaro e qualche legge. Un popolo, per definirsi tale, vuole anche sentirsi parte di qualcosa di più grande, vuole emozionarsi di fronte alla bellezza dell’arte, per capire che non tutto è perduto. Un popolo deve anche soddisfare quell’atavico bisogno di sedersi intorno a un focolare – vero o metaforico – e ascoltare una storia, dando il via così a quel processo di creazione di un’identità, necessario all’intraprendere qualsiasi azione, dalla politica alla vita sociale. Così, citando Don Fabrizio, da riuscire a raggranellare qualche pagliuzza d’oro nell’immenso mucchio di ceneri.


© Fotografia: Theatre | Luca “Zeta” Zonzini / ZZ

Related News

CHI PUÒ E CHI NON PUÒ

QUANTO COSTA STUDIARE IN REPUBBLICA In data 9 gennaio 2017, una nota stampa dell'Università degli...

L’ARRIVO DEGLI ALLEATI

LE PRIME AUTOBLINDO ARRIVANO IN CITTÀ San Marino Città. Prime truppe inglesi in arrivo su...

SIGNORINA, NON SAPPIAMO NIENTE

GLI SCONOSCIUTI DI SAN MARINO - TERZA PARTE Eleonora Cavalli ha 23 anni e vuole...