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LA MENSA DELL’INGIUSTIZIA

QUANDO LA PARITÀ DIVENTA DISUGUAGLIANZA

A San Marino, le mense offrono una reale prospettiva sul mosaico della nostra società e sono comunemente considerate una punta di diamante del welfare sammarinese.

Ogni lavoratore dipendente, infatti, ha garantito un pasto comprensivo di primo, secondo piatto, contorno e pane alla modica cifra di € 1,80: la restante parte del costo è coperta dal Fondo per i Servizi Sociali e dal datore di lavoro. Il servizio è aperto anche ai pensionati.

Le strutture, gestite dalla cooperativa bolognese CAMST, per due ore al giorno si affollano di uomini, donne e ragazzi di ogni età ed estrazione sociale. Professori, commessi, impiegati di alto livello, ragionieri, manager, studenti universitari o liceali, dirigenti pubblici, operai e pensionati seduti gli uni accanto agli altri a consumare lo stesso pasto.

Questo quadro neorealista apparentemente idilliaco, tuttavia, è parzialmente sfregiato da un’eguaglianza che taluni non esitano a definire ingiustizia: il prezzo.

Il costo del pasto, come già accennato, è di € 1,80 per tutti i lavoratori: nessuna differenziazione fra il dirigente pubblico e il suo fattorino, fra il manager e l’addetto alla pulizia della sua scrivania, mentre – d’altra parte – lo scarto fra retribuzioni è estremamente alto.

Tali diseguaglianze vanno inoltre acuendosi non solo fra diverse mansioni e responsabilità, ma anche fra i “sommersi” e i “salvati”, ossia fra coloro che godono di un impiego fisso e chi – specialmente fra i giovani – vive di contratti a tempo determinato.

A soffrire di tale discutibile parità di costi è, potenzialmente, anche l’economia reale delle attività commerciali presenti in territorio, che potrebbero incrementare i loro fatturati e il loro numero. Se i dipendenti più pagati, infatti, dovessero scegliere fra una mensa a costo intero ed un ristorante con menù fisso, è altamente probabile che molti sceglierebbero la seconda opzione. Il Fondo, peraltro, si vedrebbe sgravato di un peso non indifferente, sebbene le ritenute sulla busta paga aumentino progressivamente in base al reddito, e dunque sono proporzionali ad esso.

Il costo della mensa costituisce una “spina nel fianco” degli studenti universitari e liceali della Repubblica: per loro, il pasto non costa € 1,80 come avviene per tutti i lavoratori e pensionati, bensì € 2,50. Chi studia, di norma, è in parte o del tutto dipendente dalla famiglia e quindi – per antonomasia – “squattrinato”. Eppure, è tenuto a pagare quasi il 40% in più di chi, ad esempio, è profumatamente pagato per insegnare.

Al problema di giustizia sociale, oltretutto, si aggiunge anche un ulteriore disagio: l’universitario o il liceale, che avesse necessità – per qualsiasi ragione – di pranzare in una mensa diversa da quella sita in San Marino Città, è tenuto al pagamento del costo intero del pranzo, poiché l’agevolazione è valida soltanto nella struttura locata in Centro Storico.

La crisi arretra lentamente e a fatica, lo spettro dei tagli lineari al welfare incombe all’orizzonte rosso da lacrime-e-sangue dei conti pubblici, ma per offrire un pranzo ai manager – nell’antica Repubblica – pare che le risorse siano ancora disponibili.


© Fotografia: Dining hall | Luca “Zeta” Zonzini / ZZ

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