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SAN MARINO È FUORI DALLA STORIA

UNO SCIENZIATO SAMMARINESE IN GRAN BRETAGNA SI RACCONTA

Francesco Tamagnini è un neuro-scienziato sammarinese, classe 1981, che da anni risiede ed opera nel Regno Unito.
Ho avuto modo di incontrarlo ed intervistarlo.

Da San Marino all’Inghilterra: qual è stato il percorso che ti ha portato a diventare un ricercatore all’estero?

Mi sono formato nei primi anni della mia vita a San Marino: ricordo i bellissimi e gloriosi anni del liceo classico. Lì ho acquisito una formazione che mi ha permesso di innamorarmi sia della scienza – grazie anche alla lettura di Asimov – sia delle lettere classiche. All’università volevo fare Lettere… ma alla fine ho scelto Biotecnologie Farmaceutiche. Le scienze si basano su un linguaggio più difficile da imparare quando si è troppo “maturi”: poi diventa difficile studiarle in seguito in modo autonomo, mi dicevo.

Dopo la laurea, nel 2006, sono tornato a San Marino e ho lavorato in una ditta locale. Avevo un contratto a tempo indeterminato, ma mi annoiavo, per cui ho fatto un concorso di dottorato a Bologna per lavorare a un progetto sulla memoria di riconoscimento visivo e malattia di Alzheimer e sono arrivato primo. Era il 2008.

Qual è stato il passo che ti ha condotto proprio in Inghilterra?

Sempre nel 2008 sono stato a una conferenza a Ginevra, il Forum for European Neuroscience, e mi presentai al professor Zafar Bashir di Bristol, il cui laboratorio è uno dei principali a studiare la memoria di riconoscimento visivo. Lui si è mostrato interessato al mio progetto. Mi sono trasferito in quella città alla fine del 2009. Nel 2011 ho conseguito il mio dottorato. Per qualche tempo ho frequentato il laboratorio di Zaf da volontario ed ho avuto qualche assegno post-dottorato per finire i miei progetti. Ho anche lavorato in una piccola azienda di divulgazione scientifica, l’Explorer Dome. Dopodiché, nell’aprile 2012 mi hanno offerto un post-dottorato di tre anni a Bristol, sulla malattia di Alzheimer, nel laboratorio del Prof Andy Randall ed il Dr Jon Brown. Da lì ho iniziato a pubblicare diversi papers (relazioni scientifiche, NdR).

Nel 2014 il laboratorio di Andy e Jon si è spostato a Exeter, una città nell’Inghilterra del sud-ovest, dove tuttora continuo le mie ricerche.

Alla fine del primo post-doc, nel 2015, il Medical Reseach Council mi ha offerto un “Proximity to industry grant”, in collaborazione con Eli Lilly LTD, per sei mesi. A ottobre 2015 ho vinto la mia prima fellowship (borsa di studio, NdR) con l’Alzheimer Society; ora lavoro nel laboratorio Randall-Brown presso l’University of Exeter – Medical School con una posizione più autonoma.

In quanto cittadino sammarinese hai avuto dei problemi a stabilirti in Inghilterra?

Quando mi recavo a studiare per il dottorato, mi veniva concesso un visto di tipo turistico. Il problema è subentrato nel 2011 dopo che ho conseguito il dottorato. In quell’anno mi è stato negato l’ingresso in UK. Ero in Francia, a Dunkerque, e mi è stato negato di imbarcarmi per andare in Inghilterra, con la motivazione che non avevo un visto di lavoro né studentesco. Sono stato trattenuto circa quattro ore presso una struttura della polizia di frontiera ed ho condiviso lo spazio con un soggetto che poi è stato arrestato per spaccio di droga. Essere trattato come un criminale mi ha fatto provare imbarazzo e vergogna, mi sono sentito come il protagonista de “Il processo” di Kafka. La reazione per me è stata assolutamente sproporzionata e non esisteva nessuna giustificazione per rinchiudermi. Non mi sembrava accettabile.

Come hai reagito?

È stato orrendo. Ma è anche colpa mia. Ero già stato avvisato che avrei avuto bisogno di un visto. Mi ero già informato con la Segreteria degli Esteri, e all’Home Office inglese. Agli Esteri non potevano darmi indicazioni precise su quello che era necessario fare per entrare in Inghilterra, e non sono riuscito a trovare informazioni più dettagliate.

Tornando a casa, dopo questa semi-deportazione mi sono lamentato con la Segreteria degli Esteri su come un cittadino sammarinese fosse trattato nei territori dell’UE. Neppure immaginavo fosse un problema così enorme per un cittadino sammarinese andare in Inghilterra a lavorare, tra l’altro gratuitamente. Ho fatto richiesta all’ambasciata britannica per un Academic Visitor Visa, che mi è stato subito concesso.

Contemporaneamente ho aperto la procedura per diventare cittadino italiano attraverso la legge sul possesso ininterrotto della cittadinanza, che sostiene che tutte le donne che hanno perso la cittadinanza italiana per aver sposato un cittadino non italiano – come mia nonna – la possono riacquistare immediatamente e così i loro figli e i nipoti. Non è quindi una richiesta di cittadinanza, perché di fatto mia nonna a suo tempo perse la sua – in modo anticostituzionale – per aver sposato un sammarinese. Ora ho un passaporto europeo che mi ha permesso di stabilirmi per fare ricerca in UK e di accettare un lavoro senza fare richiesta di visto.

Ti saresti mai immaginato tutti questi problemi solo per poter andare a lavorare e studiare all’estero, in un paese europeo?

Mai avrei immaginato che San Marino potesse essere, da questo punto di vista, una prigione del genere. Lo shock di essere fermato e di essere mandato indietro lo avrei potuto evitare informandomi meglio; forse semplicemente mi rifiutavo di credere che San Marino potesse essere tanto fuori dalla realtà geografica e storica dell’Europa.

In ogni caso, mi assumo la responsabilità personale di non essermi informato adeguatamente. Tuttavia, la responsabilità politica e sociale di quello che è stato il mio problema – ed ora lo è di tanti altri cittadini sammarinesi – è, a mio parere, di tutta la polis sammarinese: sia dei cittadini che della classe politica. Questo perché non si può vivere al di fuori della storia.

Noi in Europa ci siamo fisicamente e storicamente, che ci piaccia o meno; non sostengo che bisogna entrare nell’Unione Europea secondo le regole di adesione stabilite da Bruxelles, ma tutti sanno che esistono procedure separate per realtà territoriali particolari (per esempio Svizzera o Liechtenstein, NdR). Questo è l’approccio da mettere in atto, a mio parere. Non si tratta di cedere sovranità, ma nemmeno si può mettere la testa sotto la sabbia facendo finta che non dobbiamo confrontarci con il resto del Mondo e con la storia. La negazione può avere solo conseguenze negative, per esempio rendendo San Marino più simile alla Contea degli hobbit immaginata da Tolkien che ad uno stato sovrano europeo. Se tieni la storia fuori dalla porta, e non la fai entrare in modo controllato, quindi con leggi ben precise, va a finire che poi la storia entra sfondandola, quella porta.

Dal 2010, cioè da quando ti sei trasferito praticamente in modo stabile in Inghilterra, ogni tanto torni a San Marino. Qual è la tua visione della San Marino presente dal punto di vista del ricercatore all’estero?

Io vedo San Marino come un pozzo di opportunità, specialmente durante la crisi. Vedo le persone combattute tra un senso di impotenza e un grande bisogno di rivalsa, ed è questo che rende un paese interessante. Il disagio crea movimento, motivazione, speranza, e in questo momento storico San Marino ha una grande possibilità.

Il progetto del Polo della moda è la declinazione del bisogno di fare qualcosa, ed è stato fatto sulla base di quello che il tessuto sociale e culturale del paese – o almeno di una parte – pensa principalmente di riuscire a fare, cioè vendere cose. Ora io dico, utilizziamo questa spinta per creare qualcosa di realmente efficace nel promuovere la crescita economica, sociale e culturale del paese.

Il fatto che a San Marino si sia proposta come soluzione allo sviluppo la costruzione di un altro outlet, come la vedi?

Per costruire un outlet bisognerebbe avere fatto prima un’indagine di mercato, che informi sull’esistenza o meno di un mercato interessato ad avere un outlet. Mi sembra che il Polo della moda sia stato progettato per costruire il mercato, invece dovrebbe essere l’opposto, cioè costruire qualcosa per un mercato già esistente. L’altra soluzione sarebbe rendere il territorio appetibile per un target abbiente, che giustifichi un’opera come quella del villaggio dello shopping. Sarebbe come costruire Oxford Street a Londra senza avere gli arabi i cinesi e i russi. A Londra c’è Oxford Street, ma c’è per rispondere a una precisa domanda di mercato. A San Marino, che io sappia, questa domanda non c’è. A meno che esistano evidenze che suggeriscano il contrario; che io sappia, un documento del genere, come un business plan, non c’è o non è stato possibile ottenerlo. Magari mi sbaglio. Vedremo.

Consideriamo l’esperienza di Exeter, la città in cui vivi, di fatto abbastanza simile a San Marino, come dimensioni e stile di vita. Benestante, ma non certo un punto focale dell’economia britannica. Come è stato promosso lo sviluppo negli ultimi anni?

Semplicemente potenziando il campus, l’università. In soli due anni, Exeter è rientrata tra le 100 migliori università del mondo nella classifica del Times (93esima, NdR). Ora c’è ora un’enorme affluenza di famiglie e studenti abbienti da tutte le parti del mondo, particolarmente dalla Cina; di fatto, questo è risultato in un aumento dell’offerta commerciale e di servizi, con un indotto non solo economico ma anche culturale.

Potenziare un campus significa avere un sacco di studenti, un sacco di giovani, e impiegare gli abitanti, promuovendo un più alto grado di formazione. Bisogna cominciare a concepire un’economia che promuova, assieme allo sviluppo del mercato, lo sviluppo culturale e sociale, perché queste realtà non sono in contrasto le une con le altre, ma complementari: è solo avendo tutti e tre i tipi di sviluppo – economico, sociale e culturale – che si può parlare di un reale progresso del paese.

Secondo te è possibile pensare concretamente a uno sviluppo universitario a San Marino?

Assolutamente sì, grazie alle piccole dimensioni e nonostante le difficoltà economiche: proprio queste dovrebbero essere anzi il motore che promuove il potenziamento universitario. Significherebbe generare immigrazione lavorativa e di studio, di alto profilo.

Come ti immagini l’Università futura a San Marino?

Abbiamo già l’Università di San Marino! Per svilupparla è necessario avere nuove idee e strutture adeguate, secondo me. Per le strutture, ci sono due possibilità: una è quella di sviluppare quelle già presenti e potenziarle. Abbiamo enormi spazi, strutture vuote, inutilizzate, da riqualificare. L’altra è la costruzione di una nuova struttura in territorio, se fatta con criteri di basso impatto e valorizzazione del territorio.

Riguardo a nuovi corsi di laurea, cosa pensi che manchi di più all’Università di San Marino?

Intanto noi abbiamo una delle migliori scuole al mondo, che è il liceo… Soprattutto il classico, ma qui non posso essere obiettivo! Già questo è un buon punto di partenza, perché genera ottimi pensatoriInoltre, l’attivazione di un corso di laurea in scienze biomediche sarebbe un buon inizio, e so che ci si sta già muovendo in quella direzione.

Sarebbe interessante perché San Marino ha certe peculiarità che la rendono un ottimo laboratorio per la sperimentazione clinica: un piccolo territorio, pochi abitanti, geneticamente omogenei e controllati in modo capillare, dal punto di vista sanitario. L’Istituto per la Sicurezza Sociale sarebbe il partner ideale, perché è estremamente efficiente, se paragonato ad altre forme di sanità pubblica in altri paesi – e pur sempre lasciando spazio al miglioramento. Per l’organizzazione e l’accesso ai fondi, poi, ci si potrebbe basare su un rapporto diretto con i soggetti che si decide di coinvolgere, come tecnici, medici, banche, fondazioni, discutendo e presentando i propri progetti: se si hanno idee e voglia di fare, San Marino può diventare un’ eccellenza sia in ambito scientifico che in ambito umanistico. Infine, è un paese attraente per il mondo accademico internazionale e per l’industria multinazionale informatica, biomedica e farmaceutica.

Tu fai ricerca sperimentando su cavie animali, principalmente roditori. A San Marino nel 2007 hanno promulgato una legge che vieta di fatto qualsiasi sperimentazione sugli animali, fossero anche insetti. Cosa pensi di questa legge? Può essere un limite allo sviluppo scientifico o alla ricerca medica?

Esempio perfetto di come San Marino troppo spesso si pone al di fuori della storia: questa legge, infatti, non regolamenta la sperimentazione sull’animale ma la vieta tout-court. Oggi a San Marino è vietata qualsiasi ricerca e procedura scientifica sull’animale, nonostante possa produrre informazioni e dati scientifici rilevanti. Ma tant’è. Se piace così…

Tuttavia, bisogna chiarire una cosa: se si vuole dire “io non faccio ricerca sull’animale” poi però bisogna essere pronti ad assumersi le responsabilità che risultano da una scelta del genere. A San Marino no. A San Marino è possibile, giustamente, accedere a terapie e sistemi diagnostici di nuova generazione ottenuti anche grazie alla ricerca sull’animale… condotta in altri paesi, perché non ci vogliamo sporcare le mani in prima persona. Essere contro la sperimentazione animale ma poi usufruire comunque di terapie e tecnologie prodotte da essa è, a mio avviso, semplicemente ipocrita.

Non esistono modelli alternativi che permettono di non sperimentare solo sull’animale?

Assolutamente sì. O meglio: esistono modelli alternativi – ad esempio cellule umane in vitro e modelli computerizzati – che permettono di ridurre l’utilizzo dell’animale ma non ancora di eliminarlo del tutto. Già le leggi europee e britanniche stabiliscono la regola delle tre R: Ridurre il numero degli animali e delle procedure che possono causare stress e dolore, Rimpiazzare il modello animale con un modello non animale che fornisca un dato dello stesso valore scientifico, Ridefinire i protocolli sperimentali al fine di ridurre il numero di animali e procedure che possono causare stress e dolore.

Grazie alla regola delle tre R, si avvia un percorso storico che permette alla ricerca di continuare, promuovendo contemporaneamente la progressiva riduzione dell’utilizzo dell’animale, allo scopo un giorno di eliminarlo del tutto. Questo però non può succedere oggi, perché se succedesse oggi si paralizzerebbe la ricerca biomedica.

Cosa rispondi a chi sostiene che la sperimentazione animale è inutile perché animali e uomini sono geneticamente diversi?

Come per tutti i pregiudizi e tutte le banalità, anche questa ha beninteso una qualche interferenza con la verità che mortifica: animali ed umani sono diversi. Ma pensa: eppure, se si guarda bene, umani ed animali, oltre a essere diversi, sono anche simili. In effetti, tutti gli esseri viventi della Terra sono accomunati da un certo livello di omogeneità genetica. Se è vero che esiste discontinuità fisiologica, genetica e anatomica tra un topo e un uomo, è anche vero l’opposto.

Per testare una ipotesi di lavoro inerente, per esempio, la fisiologia umana, è necessario effettuare diversi tipi di esperimenti; alcuni di questi potranno essere eseguiti direttamente sull’uomo per avere dati immediatamente trasferibili. Altri, che richiedono un alto livello di invasività, possono essere effettuati solo sull’animale.

Ogni scoperta scientifica è sempre un’approssimazione della realtà. Avere dati che provengono da più di un modello, per esempio dati comportamentali e non invasivi sull’uomo e dati dall’animale, fornisce il modello più completo e quindi più vicino alla verità in un dato momento storico.

L’altro punto è che gli umani sono molto disomogenei geneticamente; è perciò difficile ottenere dati sperimentali da umani che supportino o falsifichino una ipotesi di lavoro, a causa dell’elevata variabilità. Lavorare su animali, geneticamente più omogenei, permette di testare un’ipotesi in modo più efficace, particolarmente quando si tratta di un’ipotesi innovativa.

Se si decidesse di interrompere la ricerca sull’animale, sarebbe virtualmente impossibile sviluppare terapie e metodi diagnostici innovativi, che aiutino nel trattamento di patologie anche gravi ed al momento incurabili, come la malattia di Alzheimer.

So che hai iniziato a prendere contatti con l’Università di San Marino, la Segreteria di Stato alla Sanità e l’Ospedale di Stato. Cosa bolle in pentola?

Come dicevo prima, penso che San Marino abbia grandi potenzialità per la ricerca biomedica e per l’indagine clinica di patologie genetiche e multi-fattoriali come l’Alzheimer, soprattutto grazie alla omogeneità genetica.

La mia intenzione è quella di provare ad attivare una collaborazione tra le strutture universitarie e sanitarie di San Marino e l’Università di Exeter per lo studio delle cause della progressione e delle alterazioni funzionali osservate in persone affette da demenza, in particolare nei primi stadi, in cui il deficit cognitivo lieve può o meno evolvere in patologia conclamata.

Finora tutti i collaboratori che ho contattato all’Iss ed all’Università di San Marino si sono mostrati entusiasti: spero presto di poter avviare lo studio. Lo scopo finale di questa collaborazione è migliorare la qualità della vita delle persone affette da questa patologia e dei loro familiari grazie anche allo sviluppo di terapie e strategie di assistenza più efficaci. Tanto per chiarire: nessun animale sarà coinvolto in questa sperimentazione, se il progetto dovesse decollare.

Per finire, vorrei far conoscere la peculiarità e le enormi potenzialità della realtà sammarinese all’estero, come possibile centro per la ricerca biomedica; si pensi alle possibili ricadute industriali, in termini di start-up e promozione di centri di cultura scientifica e tecnologica! Voglio provare a pensare che San Marino possa farla e non subirla, la Storia.

© Fotografia: Montale | Luca “Zeta” Zonzini / ZZ

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