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STRANE PRESENZE IN CORSIA

L’OMBRA DEL LAVORO NERO IN OSPEDALE

L’assistenza agli anziani: un affare dell’ordine di milioni di euro all’anno e che vede il suo fulcro nell’Ospedale di Stato, le cui corsie sono quotidianamente attraversate da un fiume di denaro contante e non tracciabile.
Quello che tutti gli economisti definiscono uno dei settori con maggiori prospettive di crescita, visto l’invecchiamento della popolazione e l’allungarsi della vita, a San Marino è fortemente sensibile al fenomeno del cosiddetto lavoro nero: quest’ultimo cela la lunga e inquietante ombra del caporalato, oltreché dello sfruttamento che ne consegue. Il lavoro di assistente, volgarmente detto “badante”, è uno di quelli che ben pochi sammarinesi vogliono svolgere; pertanto, ad esercitare questa mansione sono in gran parte immigrati – perlopiù donne – provenienti dai paesi dell’Europa orientale.

Nel periodo festivo, ho ricevuto segnalazioni da parte di alcuni lettori che, avendo un genitore anziano non autosufficiente ricoverato nel nosocomio sammarinese, si sono avvalsi delle prestazioni assistenziali di alcune signore, le quali – dopo il pagamento – non hanno emesso né fattura né ricevuta fiscale.
In seguito a tali informazioni, ho provveduto a mettermi in contatto telefonico con alcuni soggetti prestatori di assistenza. Assumo un’identità fittizia e sostengo di avere un genitore che dovrà essere ricoverato a partire dai primi giorni di gennaio, il quale – non essendo autosufficiente – richiederà assistenza privata per il periodo del soggiorno in ospedale.

La prima signora con cui parlo afferma di essere riuscita a trovarmi una persona disponibile a soddisfare le esigenze che avevo espresso. Parrebbe dunque che Piera (nome di fantasia) possa reclutare manodopera: sembra fungere come un intermediario di una sorta di organizzazione, pertanto le faccio alcune domande sul lavoro di questa “agenzia”.

Ci pensa la vostra agenzia a… (mi interrompe).

Piera: Sì, sì.

Quindi ci pensa la vostra agenzia a questo (reclutamento di manodopera)?

Piera: Sì.

Il responsabile della vostra agenzia è lei? Quindi per qualsiasi cosa posso chiamare lei?

Piera: Sì.

Questa agenzia, tuttavia, sembra non esistere. Almeno legalmente. Proseguo toccando il tasto dolente: fattura e ricevuta fiscale.

Per (quanto riguarda) l’ufficio del lavoro quindi fate voi?

Piera: Sì.

E anche la fattura fate voi o non la… (mi interrompe).

Piera: Dopo ci mettiamo d’accordo, dai, per quello non è un problema.

Volevo sapere per quanto riguarda la SMaC, se devo passarla o meno (mi riferisco ad una regolare ricevuta fiscale).

Piera: Dopo ci mettiamo d’accordo, dai. Però per la SMaC non so come si fa.

È una cosa che non si fa di solito?

Piera: Con la SMaC non abbiamo mai fatto, no.

Quel “dopo ci mettiamo d’accordo” riferito alla fattura è assai eloquente, così come lo è l’uso persistente del pronome “noi”, come se stessi parlando con la responsabile di una presunta agenzia interinale. Tale azienda – che formalmente non esiste – sarebbe in grado, quindi, di reclutare manodopera. Se così fosse, e non si trattasse dunque di millanterie della signora, dovremmo immaginarci lo spettro del caporalato aggirarsi per le corsie dell’Ospedale, proprio sotto al naso dello Stato. Inoltre, le pratiche di assunzione presso l’Ufficio del Lavoro, sembrano – a quanto afferma questa persona – non necessarie, o comunque non a carico dell’utente, ma di questa fantomatica “agenzia”.

Usando la stessa copertura, chiamo un’altra signora (Matilde, nome fittizio) che afferma di non gestire alcuna agenzia, ma di essere disponibile a prestare assistenza per l’inizio di gennaio (fino ad allora afferma di essere già impegnata con un altro utente). Dopo aver domandato il prezzo e accennato una contrattazione per aumentare la credibilità delle mie intenzioni, torno sulla nota dolente: l’assunzione e la fattura.

Per l’ufficio del lavoro devo fare delle pratiche?

Matilde: No, io sono in regola, sono anche segnata in lista (di collocamento, NdR)

Bene, quindi tutto regolare. La fattura…(mi interrompe).

Matilde: La fattura no. Ci sono altre due che lavorano in privato (che emettono regolare fattura, NdR).

Chi sono queste signore?

Matilde: Sono XXX e YYY (a tutela della privacy omettiamo i nomi reali, NdR), le trova anche sulla lista.

Però volendo può fare anche senza fattura, così risparmio qualcosa?

Matilde: Sì, sì (ridacchia, NdR) così arrotondiamo anche… (si riferisce ad uno sconto, NdR).

Entrambe le signore hanno dato la loro disponibilità – più o meno velata o (col beneficio del dubbio) millantata – ad effettuare una prestazione economica in nero. La prima di queste ha anche confermato di essere la responsabile della fantomatica agenzia. La persona contattata, inoltre, fa riferimento anche ad una non meglio precisata “lista”, alla quale sarebbero iscritte le uniche due operatrici che – a dire della signora – sembrano disposte ad emettere fattura.

Mi sono recato, in data 30 dicembre, presso l’Ospedale di Stato con un collega per effettuare un sopralluogo in alcuni reparti di degenza. In uno da noi visitato, all’esterno di ogni camera è esposto un cartello che invita i familiari dei degenti a prendere visione delle prescrizioni – affisse in bacheca – che regolano l’attività degli operatori che prestano “assistenza integrativa”. Il regolamento stabilisce, fra l’altro, che le “badanti” dovrebbero “indossare un camice personale di colore verde chiaro”, “portare un tesserino di riconoscimento” e “firmare il registro in entrata e in uscita”. Durante la nostra indagine, abbiamo potuto osservare come alcune signore al capezzale degli assistiti non indossassero l’abbigliamento prescritto; per quanto riguarda il registro di entrata e di uscita, in un reparto di degenza, l’ultima firma risaliva al 27 dicembre, ossia 3 giorni prima della nostra esplorazione. Dovremmo dunque supporre che negli ultimi tre giorni nessuna assistente integrativa abbia visitato il reparto? Tale evento risulta del tutto inverosimile, nonché in contrasto con quanto avevamo proprio in quei momenti sotto i nostri occhi. Siamo inoltre a segnalare che, appostatici all’uscita della struttura, le signore prestatrici di assistenza da noi interpellate non hanno voluto rispondere alle nostre domande sulla mansione da loro svolta, né riguardo al tesserino di riconoscimento.

Il medesimo regolamento, esposto in reparto, informa l’utenza che “Le persone in regola per prestare assistenza integrativa non sanitaria sono reperibili nell’elenco a disposizione del caposala o presso l’ufficio di coordinamento”. La suddetta lista è verosimilmente quella a cui si faceva riferimento nella nostra seconda telefonata. Chiediamo dunque ad un’operatrice del reparto di Medicina di poterlo avere in visione, ma ci risponde che – diversamente da quanto riportato nel regolamento – è consultabile in portineria, dove effettivamente ci viene mostrato. Soltanto i nomi di due operatrici, con diploma di Operatore Socio Sanitario (OSS), Codice Operatore Economico (COE) e assicurazione, compaiono nella lista, e sono gli stessi che ha menzionato la signora prestatrice di assistenza nella nostra seconda telefonata.

Decidiamo di metterci in contatto con una di queste, XXX, la quale afferma: “A partire dal 31/12/2016, la mia licenza non sarà più operativa”. Con voce sconsolata, racconta delle difficoltà che ha incontrato: “Sia io che YYY (l’altra persona in lista, NdR), da febbraio ad oggi abbiamo avuto pochissime chiamate dall’Ospedale”. Stupito, le domando come sia possibile che, essendo solo in due nell’elenco, abbiano ricevuto poche richieste dagli utenti ricoverati. A questa domanda risponde che nel nostro nosocomio vi sono delle storture legate al fenomeno delle “badanti”. La legge e i regolamenti, dice, non vengono adeguatamente applicati e fatti rispettare. “Quest’anno ho dovuto pagare, fra imposte e contributi, oltre 6.000 €” prosegue XXX e, purtroppo, si dichiara costretta “a capitolare”.

Proseguo domandandole se si sia rivolta, insieme alla sua collega, alle autorità competenti: “Sì” risponde “Abbiamo preso contatti con diversi uffici, ad esempio quello del personale dell’ISS e l’Ispettorato dell’Ufficio del Lavoro”, ma, evidentemente, le azioni messe in campo a tutela di queste imprenditrici non sono state sufficienti. Il lavoro regolare parrebbe, ancora una volta, sconfitto da quello nero. Quest’ultimo è un vero e proprio cancro di ogni economia e società: in queste zone oscure del mercato si annidano l’evasione fiscale e dinamiche mafiose. Sì, mafiose: proprio come il crimine organizzato, anche queste pratiche irregolari si fondano sull’omertà dei tanti che tacciono, avvallando non solo lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, ma anche infliggendo un duro colpo alla legalità e a chi opera con professionalità nel rispetto delle leggi.

Omertà e lavoro nero: tutto ciò avviene presso l’Ospedale di Stato, luogo simbolo del welfare sammarinese, frequentato quotidianamente da migliaia di cittadini, fra cui medici, infermieri, politici, dirigenti pubblici, Segretari di Stato e agenti di polizia. Una domanda sorge spontanea: com’è possibile che ben pochi, se non nessuno, abbiano denunciato prima d’ora questo odioso fenomeno?


© Fotografia: Hospital | Luca “Zeta” Zonzini / ZZ

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